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Orlando, in Florida, è la capitale mondiale delle vacanze, un paradiso illuminato dal sole che attira milioni di turisti da tutto il mondo. A pochi passi da questo regno incantato con parchi tematici e resort, c’è un mondo completamente diverso in cui vivono famiglie ai margini del sogno americano. “Un sogno chiamato Florida”, che esce in sala il 22 marzo, si concentra su un gruppo di bambini, figli di famiglie scoppiate: delle “simpatiche canaglie” tra marachelle e comportamenti antisociali. Tgcom24 vi offre una clip per scoprire il film di Sean Baker.

Siamo in un motel low cost dal nome importante, Magic Castle, un non luogo della provincia americana che sorge proprio accanto a un posto considerato il più magico per i bambini. Qui vivono famiglie che si arrangiano tra resilienza, lavoretti, piccoli furti, difficoltà quotidiane e indigenza che bussa alle porta: un mondo marginale in cui il degrado convive con un fanciullesco desiderio di evasione. Uno degli appartamenti è occupato da Moonee (Brooklynn Prince), 6 anni, e sua madre Halley (Bria Vinaite). Moonee passa le giornate estive con un gruppo iperattivo di coetanei, Scooty, Dicky e Jance: bambini allo stato brado che nessuno segue davvero. A vegliare su grandi e piccoli c’è Bobby (Willem Dafoe), paterno gestore dello scalcinato posto.

Sean Baker gira tecnicamente ad “altezza bambino” seguendo il bighellonare senza meta dei bimbi, tra bar a forma di cup cake, muri, insegne, case abbandonate, seguendo filmicamente il loro ritmo, tra vivacità e monotonia.

Tra sorriso e dramma sociale, il film offre una fotografia di una serie di persone che non ce l’hanno fatta, prodotto della crisi economica americana del 2008 che sopravvivono tra macerie della vita e deserti emotivi. Per il suo ruolo, Willem Dafoe ha ottenuto la nomination all’Oscar come Miglior Attore non Protagonista, dopo aver già collezionato le nomination a Golden Globe, Bafta e Screen Actors Guild Awards.

Il regista Sean Baker racconta in esclusiva che è stato il suo co sceneggiatore a sottoporgli il soggetto e a fargli conoscere questa realtà americana: “Ero molto sconcertato. Facendo ricerche ho capito che in realtà si tratta di un problema nazionale che ha un nome, ‘Hidden homeless’. Sono persone impossibilitate a procurarsi un alloggio permanente che ricorrono a motel economici per avere un tetto sulla testa, faticando ogni settimana, a volte anche ogni giorno, per poterlo fare”.

Il regista ha anche rivelato di essere stato “ispirato dalla serie di cortometraggi ‘Simpatiche Canaglie’ degli Anni 20 e 30 che rappresentavano in maniera leggera il modo di vivere di quei bambini poveri nel periodo della Grande Depressione. La loro felicità e le loro divertenti avventure guadagnavano la scena, lasciando sullo sfondo quel periodo difficilissimo per gli Stati Uniti, che pur denunciava la serie. Abbiamo perciò voluto parlare della situazione di questi senzatetto come una sorta di versione aggiornata e contemporanea delle piccole canaglie; qualcosa che trasmettesse, con una grande ironia nella narrazione, un messaggio capace di accendere un riflettore sulla tragica situazione americana attuale”.
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