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Venerdì 18 dicembre 1987: tantissimi sono i lecchesi che possono raccontare esattamente dov’erano e che cosa stavano facendo quel giorno, qualche minuto dopo le 12.30. Io, allora ragazzino quattordicenne ero già a casa, perché il venerdì le lezioni finivano a mezzogiorno e ci si stava preparando per il pranzo.

All’improvviso un boato, un’esplosione! Le finestre socchiuse si sono aperte di colpo. Sono corso sul balcone e ricordo chiaramente di aver visto la nuvola di polvere che in quel momento si alzava sopra i tetti delle case. Esterrefatto ho pensato subito ad un incidente allo stabilimento Fiocchi Munizioni, ma i vicini dei piani di sopra, affacciatisi anch’essi per vedere, già avevano capito che era successo qualcosa di terribile e molto più vicino a noi: lo scoppio era stato senz’altro a Castello.

Il crollo della bella casa settecentesca di Corso Matteotti, civico 55, causato dall’esplosione provocata da una fuga di gas, inghiottì in un attimo sette vite, alla ricerca delle quali si prodigarono da subito numerosi soccorritori: vigili del fuoco, protezione civile, forze dell’ordine e volontari, con l’ausilio di squadre cinofile.

Ricorda don Fernando Pozzoli, che era parroco di Castello: Erano le 12.37. Stavo già mangiando. L’esplosione ha fatto cadere per terra i vetri di tutte le finestre della mia casa. Spaventato, sono corso subito all’asilo, per assicurarmi che nessuno si fosse fatto male. Stavano mangiando anche lì e tutti i vetri della mensa (che guarda proprio nella direzione dell’esplosione e dista da essa non più di qualche decina di metri, nda) sono caduti a terra. Le maestre stavano già facendo uscire in piazza i piccoli. “Siete coperti?”, chiesi, perché faceva freddo. In poco tempo i genitori vennero a prenderli per portarli a casa.

Poi sono sceso in via Fogazzaro continua il racconto don Fernando per andare a vedere che cosa era successo. Con Mauro Michetti abbiamo salvato la figlia Silvia, rimasta su un angolo di un cornicione del primo piano, dove viveva la famiglia, e abbiamo estratto dalle macerie la moglie Rosy. “Non ho più niente, don Fernando! Non ho più niente!” mi ripeteva. Sono rimasto lì tutto il pomeriggio, fin quasi le 20, mentre continuavano i soccorsi. Poi sono tornato a casa e mi sono reso conto di essere tutto bianco per la polvere, che mi si era attaccata addosso, e con quelle scarpe imbiancate sono andato a celebrare la messa delle 20.30. Poi sono sceso ancora giù. Si commuove, don Fernando, nel ricordare questi avvenimenti.

Sotto le macerie morirono Giancarlo Pizzardo, con i figli Fabio e Andrea, Alba Sandionigi, Serenella Bolognesi e Rosaria Michetti. Maria Bolis recuperata ancora viva, morì in ospedale il 30 dicembre a cause delle ferite riportate. Oltre a loro, vi furono diversi feriti e molte persone dovettero lasciare le proprie case per diverso tempo, perché rese inagibili a causa dei danni subiti.

Nella tragedia, sembrò un miracolo che l’esplosione per pochi minuti non coincise con il passaggio da Corso Matteotti dei bambini di ritorno a casa dalla scuola elementare Carducci.

Non solo Castello, ma tutta la città si strinse intorno alle vittime: alcuni appartamenti e circa duecentoventi milioni di lire furono raccolti dalla Parrocchia di Castello, con il Comune di Lecco e con il contributo della Banca Popolare di Lecco, per le necessità abitative di tutte le persone rimaste senza casa.

Indimenticabili, per chi c’era, furono anche i funerali del 21 dicembre: C’è un’aria triste in giro, che non sembra neanche Natale. Luminarie spente, negozi chiusi. Sulle vetrine hanno incollato un foglietto di carta listato di nero. C’è scritto: lutto cittadino. La gente,
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a migliaia, si è assiepata lungo la strada che dal quartiere Castello porta alla chiesa madre di San Nicolò, patrono di Lecco, scrisse un giornalista e davvero sia la Basilica che il sagrato, che le vie circostanti erano gremite di gente.

Ai funerali davvero partecipò tutta la Città, affollando una basilica colma di gente, che la preghiera comune unisce silenziosamente. Poi entrano loro: le due piccole bare bianche davanti. Allora lo struggimento che è nel cuore di tutti diventa visibile ed è il segno della corale partecipazione della città a questo lutto, lutto autentico, non parole di circostanza. scrisse Maria Teresa Garascia su “Il Resegone” del 25 dicembre 1987.

I funerali vennero celebrati dal Cardinale Carlo Maria Martini che solo tre mesi prima, a settembre, era stato a Castello per l’inaugurazione ufficiale della chiesa restaurata. Durante l’omelia disse: La certezza che ci tiene stretti in questo momento in silenzio, in preghiera davanti a queste bare, è che la morte non è l’ultima parola. che c’è una grande speranza, che la vita di Dio ha accolto i nostri fratelli e le nostre sorelle. La morte non è l’ultima parola e la nostra vita è nelle mani di Dio.

Don Fernando Pozzoli così ricordò le vittime: Ci sembra ancora di vedere l’esuberanza e la voglia di giocare di Fabio. Ricordiamo i passi incerti e il sorriso innocente di Andrea. Ricordiamo papà Giancarlo, buono, dedito al bene della sua famiglia. Non possiamo dimenticare la generosità di Rosy, la sua opera preziosa nei nostri campeggi estivi, ricordiamo la sua paziente serenità nei momenti difficili che la vita le ha riservato.

Regalo prezioso era per noi il sorriso di Serenella, che per svolgere il suo lavoro veniva ogni giorno nelle nostre case e così pure la disponibilità di Alba che, lavorando in mezzo a noi, era diventata una di noi.

Signore, Tu li hai tolti tragicamente ai nostri occhi Facciamo fatica a comprendere questa tua volontà Per questo chiediamo il Tuo Spirito che illumina e consola. / Aiutaci a credere che Tu ci sei Padre anche in questo momento. / Ti affidiamo questi nostri cari, li deponiamo nelle Tue braccia: accoglili con tanta tenerezza e amore.

Sostieni i nostri amici che piangono i loro cari; aiuta le persone, fa sentire loro, attraverso la nostra solidarietà, che tu non ci lasci soli.

Ripensando a quei momenti, a distanza di tempo, don Fernando rifletteva: stata un’esperienza che mi ha segnato e porterò per tutta la vita. Domenica 20 dicembre c’erano sei bare allineate nella cappella dell’Oratorio maschile. C’era una fiumana di gente che veniva per vedere le salme e dire una preghiera e, in mezzo a loro, anche qualche uomo che sapevo non frequentare la Chiesa. Mi trovavano lì, in fondo alla cappella e venivano ad abbracciarmi e a piangere con me. Ho capito bene, in maniera luminosa, che cosa vuol dire essere il Parroco in certe situazioni.

A un anno di distanza restava ancora un grosso vuoto in Corso Matteotti, simbolo esso stesso della tragedia, ferita profonda che tanto ha fatto piangere, nelle parole di don Fernando, e grande, tragica lezione di umanità che mi auguro non venga dimenticata, ma soprattutto aiuti ciascuno di noi ad approfondire e riflettere sempre più sul senso ultimo della nostra esistenza, nel ricordo del sindaco Giulio Boscagli.

Lo scultore Carmelo Panzeri ricavò da una delle travi di legno della casa una statua della Vergine Maria, che fu inizialmente collocata sui resti dell’abitazione. Con l’avvicinarsi dei lavori di ricostruzione si pose il problema di cosa fare di questa Madonnina, dove metterla. Oltre alla ovvia possibilità di portarla nella chiesa parrocchiale si fece strada l’idea di collocarla in modo tale che rimanesse come segno persistente della memoria e nella memoria degli abitanti di Castello.

Nel 1990, terzo anniversario dello scoppio, la Madonnina venne posta in un’edicola ricavata nella casa di fronte, concepita simbolicamente dall’architetto Anselmo Gallucci come una ferita nella muratura, ferita rimasta aperta nella gente di Castello e di Lecco, ferita simbolicamente affidata alla cura della Vergine Maria.
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