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Ha ascendenze alte L’incredibile vita di Norman, il film di Joseph Cedar con Richard Gere protagonista nel ruolo decisamente inconsueto di un faccendiere ebreo newyorchese, una mezza tacca che fa di tutto per entrare nei circoli del potere sopportando umiliazioni e pedate, finch non punta su un cavallo vincente, un politico israeliano che diventer primo ministro. E’ la sua grande occasione, ma vogliamo scommettere che la sua ingenuit (o forse la vocazione del buon samaritano) non trasformeranno questa opportunit in una catastrofe personale? Scritto e diretto da un regista israeliano di talento come Cedar (che ha gi collezionato due candidature all’Oscar per Footnote e Beaufort), il film, in uscita il 28 settembre con Lucky Red, interpretato anche dal bravo Lior Ashkenazi, insieme a Steve Buscemi e Charlotte Gainsbourg. “Mi sono ispirato alla storia classica dell’ebreo cortigiano spiega Cedar che fa un dono a un uomo che raggiunger il potere in un suo momento di debolezza e diventa cos il suo consigliere, ma si ritrover vittima di invidie e ostilit e sar cacciato dal palazzo”. Una narrazione che risale alla Bibbia e che troviamo incarnata non solo nello Shylock di Shakespeare ma anche in Leopold Bloom di Joyce. Per l’attore americano, che nella pellicola appare goffo e intristito, potrebbe essere un’occasione da Oscar: “Mi farebbe piacere ma solo perch mi aiuterebbe a fare i film indipendenti che amo fare”, commenta, durante la conferenza stampa romana. E sul tema dei migranti aggiunge: ”l’Italia ha dimostrato tutta la sua

generosit nell’accoglierli, ma un onere che non

pace e cos anche il 67% dei palestinesi, ma le frange estremeMi piace quando mi dicono che Norman fastidioso, la reazione la stessa in tutte le culture e i paesi. Vuol dire che ha una certa universalit e attualit Il mondo contemporaneo tutto basato sulle trattative e i compromessi, sugli scambi di favori e l’opportunismo, nessuno fa niente per niente. Non era cos nelle comunit precedenti, nei villaggi dove ognuno conosceva il proprio ruolo e le persone erano tutte sulla stessa lunghezza d’onda. Oggi in America abbiamo un presidente che vive di compromessi fuori da ogni eticit la nostra immagine speculare e potrebbe esserci utile per migliorare.

Ma Norman ha anche un aspetto positivo che ci sorprende perch finisce per fare una scelta altruista.

E’ una combinazione di questi due aspetti: un uomo che cerca il compromesso ma allo stesso tempo ha un cuore sincero. Non un manipolatore puro, non fa del male agli altri, anzi vorrebbe renderli felici per poter avere un posto alla loro mensa, per non essere escluso.

Il rapporto tra Norman e il primo ministro si pu definire un rapporto di amicizia?

Insieme hanno solo scena: con Lior Ashkenazi, l’attore che lo interpreta, abbiamo provato molto quella scena, quando Norman gli regala un paio di scarpe estremamente costose, quelle scarpe sono un simbolo importante. un po’ come Cenerentola e per questo io mi metto in ginocchio per calzargliele, quando lui accetta quelle scarpe,
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accetta la relazione, in quel momento i due si innamorano, nasce la loro grande l’amicizia. Poi Norman lo rivede quando diventato ministro e non per niente sicuro che quello lo riconoscer e gli stringer la mano. La loro storia costituisce un viaggio mitico. Ma l’amicizia non pu sopravvivere al compromesso, la pace in Medio Oriente viene prima.

Come avete lavorato sull’aspetto fisico di Norman?

Ho passato un’intera giornata a studiarlo con il regista, costumisti e truccatori, alla fine per decido sempre io. Joseph voleva cambiare il mio volto ed mi venuta l’idea delle orecchie a sventola. Norman il classico ebreo newyorchese dell’Upper West Side. Ne ho conosciuti molti quando vivevo a New York tanti anni fa.

Sembra che il mondo si basi esclusivamente sugli scambi di favori. Ci sono solo due personaggi che non cedono a questa lusinga, la moglie del ministro e la funzionaria dell’ambasciata, ma per gli altri la cosa pi normale.

Questi scambi si trovano in tutti i paesi e in tutti i settori, nel giornalismo, in politica, in economia, nello spettacolo. C’ un nucleo di persone che contano e ci sono quelli che cercano di trovare una porta aperta per avvicinarsi al potere. Norman un personaggio universale, per come ho detto, ha buon cuore, un imbroglione, un bugiardo, probabilmente non ha mai avuto una moglie n una figlia e vive nello scantinato della sinagoga, ma sincero. Questa grazia lo salva perch crede in quello che fa.

Si era gi occupato di questo circolo ristretto di magnati e uomini di potere.

In un mio film precedente, La frode, interpretavo uno di loro, un uomo ricchissimo. E sapete una cosa? I soldi sono una cosa buffa perch dietro qualsiasi personaggio alla fine trovi un essere umano e tutti vogliono le stesse cose. I soldi, per queste persone, non contano in se stessi ma solo come modo per tenere il punteggio su chi vince e chi perde. Il fatto che quando sei stato al vertice, quando hai preso l’abitudine di bere vini d’annata, non riesci pi a scendere, a bere vino scadente. Ma la felicit nasce proprio dal comprendere che nulla permanente, che tutto muta in ogni momento, anche nella stessa giornata.

Oren Moverman, con cui lei ha girato sia The Dinner che Gli invisibili,
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tra i produttori di questo film. C’ un rapporto speciale che vi lega.

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A guardar i punti di forza dell’Albania, i 72 chilometri di distanza dalla Puglia, il clima favorevole, la diffusione dell’italiano nella popolazione, il sistema fiscale, ma soprattutto il basso costo della manodopera, l’ambasciatore a Tirana Massimo Gaiani ha definito questo spicchio di Balcani la Cina d’Europa. Ma a sentire i giudizi delle agenzie di rating, chi da Bari arriva al porto di Durazzo o all’aeroporto di Tirana deve fare solo una cosa: girare i tacchi e portarsi gli euro a casa perché, col tasso di debito pubblico ritenuto troppo alto per il livello di sviluppo del Paese, quasi il 60% del prodotto interno lordo nazionale, investire qui sarebbe un rischio.

Sull’altra sponda dell’Adriatico gli imprenditori italiani sono oltre quattrocento e agli analisti di New York badano poco o nulla. Metà parlano barese e salentino e nella maggior parte dei casi hanno fiutato guadagni e opportunità mentre gli albanesi scappavano in Italia dalle macerie della dittatura comunista di Enver Hoxha. Il primo incentivo era ed è il costo del lavoro: secondo i dati 2010 della Banca centrale albanese, un operaio guadagna al mese dai 170 ai 425 euro, un ingegnere dai 253 ai 630 euro, un dirigente da 550 a 1.354 euro.

Tanto che Durazzo e Tirana si è trasferita Teleperformance, la multinazionale francese dei call center che serve, tra gli altri, clienti come Alitalia, Vodafone, Eni, Enel, Sky e Mediaset. Nelle sedi di Taranto e Fiumicino ha mandato in esubero 855 lavoratori e imposto il salario di solidarietà, e assunto qui. In media, dicono i sindacati, gli addetti del settore non superano i 25 anni e portano a casa fino a 470 euro al mese, la metà o quasi della paga italiana. Tramite servizi in outsourcing, qui ci sono anche Telecom e Wind. E non a caso nel 2011, sull’onda del boom delle telecomunicazioni, il governo ha aperto la gara per la banda larga.

A impugnare la valigia sono i figli di quella generazione disperata che l’8 agosto di 22 anni fa sbarcava nel mare di Bari a bordo della Vlora: come nel film di Gianni Amelio del ’94, in Italia hanno trovato Lamerica sognata in tv con Non è la Rai o Ok, il prezzo è giusto!. Ora tornano a casa per ricomporre la famiglia o per sperimentare un “turismo delle radici”, come scrive Francesco Vietti in Hotel Albania. Viaggi, migrazioni, turismo (Carocci editore).

Da Bolzano a Palermo l’Istat ne conta in tutto poco più di 483mila. Tra gli stranieri sono quasi il 10% degli imprenditori dopo i marocchini e poco più del 20% degli universitari dopo i cinesi. I più fortunati studiano o hanno studiato a Bari e Lecce, dopo aver imparato l’italiano in patria fino alle superiori. Gli altri lavorano in aziende edili, ricostruiscono in proprio i muretti a secco nelle campagne della Murgia barese e della Valle d’Itria, o confezionano da terzisti camice e scarpe per i marchi del made in Italy. Da dieci anni ingrossano le cifre del porto di Bari e negli ultimi tre, insieme a quelle dell’aeroporto di Palese, hanno portato la voce Albania in Puglia su una media di circa 820mila spostamenti ogni dodici mesi. Bastano dai 33 a 267 euro, solo andata, ma adesso il ritorno è d’obbligo.

Sembra un’altra regione d’Italia. Nel 2005 Luigi Triggiani, esperto di organizzazione aziendale e marketing internazionale, l’ha spiegato in Albania Lato B. Guida appassionata al business in Albania (Cacucci), invitando i pugliesi a non identificarla sempre come un feudo di corrotti, prostitute, ladri o trafficanti, ma come un approdo strategico che può allargare visione del mondo e fatturati. Triggiani nella capitale guida l’ufficio Unioncamere Puglia attivo dal ’99, ormai uno dei luoghi chiave per gli italiani (ora pure albanesi) in cerca di assistenza tecnica, supporto logistico, consulenza e formazione.

All’interno del suo ufficio, tra il 2005 e il 2006, è nata la prima banca a capitale italiano in Albania, la Veneto Banka (quota mercato pari all’1,07%, l’altra italiana è Intesa SanPaolo Bank col 12,06%), dalla vendita delle quote dell’ex Banca Italiana di Sviluppo (Bis Banca) in parte della Banca Popolare Pugliese, controllata da Veneto Banca. Bisognava andare di là per capire cosa serviva spiega Triggiani a Linkiesta quando sono arrivato nel ’92 il paese era in fase di ripartenza, nella capitale circa 200mila abitanti, c’erano solo le ville al centro e le case popolari in periferia, oggi ci sono quasi 1 milione di persone e la città è stata ricostruita per gran parte da imprese edili italiane. Direi che è più una piccola Cina per l’Italia, con un potenziale economico enorme e grandi risorse naturali, continua Triggiani, che spiega: Deve essere intesa come una palestra per l’internazionalizzazione per chi non ha un management altamente qualificato e che magari parla tre lingue come chi va fino in Vietnam. Poi per la posizione strategica e per i costi di manodopera tra i più bassi d’Europa si può imparare in Albania cosa significa avere legami commerciali e culturali con l’estero. Il mercato è ancora competitivo con molte altre parti del mondo e addirittura con la possibilità di pianificazione, controllo della qualità e formazione in italiano o per le aziende pugliesi addirittura in dialetto di Bari.

L’Italia è il primo partner commerciale con un volume di scambi nel 2011 pari a 1,95 miliardi di dollari (il 28% in più rispetto al 2010), tra combustibili, minerali ed energia, ma soprattutto pelli, tomaie, collanti, filati, puntali e fodere esportati (sfruttando l’esenzione Iva prevista) come prodotti finiti o semilavorati per calzature. poi il primo donatore nella cooperazione allo sviluppo con circa 300 milioni di euro stanziati dal 2002 per oltre 70 progetti, tra trasporti, edilizia scolastica, servizi sociosanitari, tecnologie per agricoltura e pesca, e gestione aree protette. E, non da ultimo, è il secondo investitore estero dopo la Grecia con 401 milioni di euro fino al 2010 (Banca d’Albania), gran parte nel manifatturiero e agroindustriale.

Contando sull’appoggio di Roma, dal 2009 l’Albania sogna di entrare nell’Unione europea. A maggio scorso Sali Berisha ha incassato dal premier Mario Monti il rinnovo del sostegno italiano perché entro dicembre 2012 ottenga lo status di candidato all’adesione. Bruxelles però, anche se ha liberalizzato i visti due anni fa, chiede di rafforzare democrazia e stato di diritto, mettendo mani a legge elettorale, lotta alla criminalità e corruzione, tutela dei diritti umani e di proprietà. E alla pubblica amministrazione: i nodi sono la concessione di permessi edili, la lentezza burocratica nelle pratiche doganali legate soprattutto al rimborso dell’Iva a chi esporta (le aziende versano l’imposta sugli acquisti interni ed esportano in esenzione accumulando crediti) e il rifornimento dell’energia elettrica.

Tra le aziende pugliesi che tentano di risolverli c’è il gruppo Marseglia di Monopoli: nella regione di Lezhe ha previsto circa 1 miliardo di euro di investimenti per la costruzione di due parchi eolici e una centrale a biomasse liquide, rispettivamente da 234 e 135 megawatt, ma soprattutto per l’interconnessione delle reti di alta tensione tra Italia e Albania tramite due cavidotti sottomarini da 500 chilovolt (con stazioni di conversione) che legheranno l’Adriatico dalla costa di Manfredonia a quella di Shengjin.

Interconnessione Italia Albania con cavidotti sottomarini ((Marseglia Group)

L’opera è dal 2008 in un accordo intergovernativo sulle “green production”, ma si è inceppata e non per i ritardi albanesi. l’Italia che si è fermata spiega a Linkiesta Giuseppe Lagrotta, direttore amministrativo dell’azienda, dal ’74 leader mondiale nel settore degli oli vegetali e con un fatturato di 357 milioni di euro nel 2010 l’accordo non è ancora operativo perché aspettiamo ancora un decreto ministeriale che chiarisca nel dettaglio il prezzo dell’energia, in questo caso quella che verrà prodotta in Albania e poi importata in Italia. L’elettrodotto rientra nella logica delle reti, una parte dell’energia prodotta resta sul territorio e l’altra viene esportata per il fabbisogno estero. L’incertezza politica italiana ha tardato tutto, dal nucleare alle rinnovabili, e il cambio di governo e la crisi ha cambiato le priorità. Perché l’Albania? Hanno bisogno di energia, un po’ come l’Italia negli anni ’60.

Dal 2007 al 2011 infatti Tirana dato l’ok a 327 idro centrali (30 ancora in corso) per 1,7 miliardi di euro di investimenti. Con la domanda non ancora soddisfatta, le tariffe medie per megawattora sono aumentate dai 42 euro del 2010 ai 66 del 2012 (contro i circa 150 euro pagati in Italia), e la crisi energetica del 2011 ha costretto a importarla in grandi quantità. Il potenziale del Paese, con 2.500 megawatt solo nel settore idroelettrico, è secondo solo Norvegia e Svizzera. Conviene investire per i costi di produzione aggiunge Lagrotta ma soprattutto per la grande disponibilità di risorse naturali. Da noi è diventato quasi impossibile creare sviluppo e gli investimenti migliori come nell’eolico sono stati già fatti. Ci sono grandi opportunità di espansione su piccoli progetti di impianti idroelettrici, ma serve cautela anche nella sostenibilità finanziaria che mai come ora dipende dai propri mezzi.

Deve andarci piano anche chi, come negli anni del boom,
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vede l’Albania come un pozzo senza fondo. Allora le aziende pugliesi ricorda Triggiani venivano visitate dagli albanesi che arrivavano direttamente con i camion e i soldi in contanti anche perché gli italiani non volevano problemi. Vendevano assecondando gli albanesi che chiedevano fatturazioni più basse per i dazi doganali, ma proprio mentre si sviluppavano grossi volumi di vendita s’ignorava completamente dove andassero a finire i prodotti, così i più svegli che parlavano anche cinque lingue sono arrivati a vendere in Kosovo, Macedonia, Grecia e Montenegro, specialmente alle etnie albanesi, e noi, ad esempio i produttori dell’infisso, ignari di qualsiasi posizionamento di prezzo, abbiamo fatto sì che decidessero di produrre da soli il prodotto italiano, aprendo proprie fabbriche e facendo saltare tutta la concentrazione da un giorno all’altro.

Altro che avash avash, piano piano, come dicono spesso. la stessa marcia con cui si cerca di recuperare i ritardi di quasi mezzo secolo di comunismo costruendo o rinnovando porti, aeroporti, ferrovie e soprattutto strade. A lungo termine serviranno per l’atteso Corridoio paneuropeo 8, la cerniera intermodale dai porti di Bari e Brindisi a quelli di Burgas e Varna sul Mar Nero. Gran parte dei lavori passa dalla Fiera del Levante di Bari, che dal 2000 va in scena anche a Tirana (da campionaria a specializzata su energie rinnovabili, edilizia sostenibile e tecnologie per l’ambiente) dovendo, insieme ad altri, anche facilitare i progetti italiani per la ricostruzione e lo sviluppo secondo la legge 84 del 2001 sui Balcani.

Il corridoio 8, da Bari a Varna

A breve termine apriranno le vie per il Vecchio Continente. Tra queste c’è la Scutari Hani i Hotit, snodo per il Montenegro. L’opera costa 30 milioni di euro e verrà realizzata da due aziende italiane, la Claudio Salini Spa di Roma e il Gruppo Matarrese di Bari (quota del 45%). Il progetto è strategico e rientra nell’ambito di quelli previsti dalla cooperazione italo albanese, dichiara a Linkiesta Salvatore Matarrese, direttore tecnico dell’azienda di famiglia e presidente dell’Ance Puglia, che spiega: un’opera complessa perché abbiamo avuto un lungo stop dal dicembre 2010 per l’alluvione di Scutari (la quinta degli ultimi anni ed è stato dichiarato lo stato di calamità naturale, ndr), ma stiamo proseguendo e concluderemo i lavori nei prossimi anni.

Ai costruttori baresi, terzi nel Mezzogiorno e con recenti attività anche in Marocco, la commessa nel 2010 ha aumentato il fatturato dell’11,9 per cento. In Albania aggiunge Matarrese siamo inseriti da tempo in una rete di imprese locali, stanno crescendo rapidamente e stanno sfruttando le immense risorse. Hanno però limiti burocratici, ma sono sempre meno rispetto all’Italia perché c’è molta attenzione a realizzare nel più breve tempo possibile opere importanti e strategiche. Anche nel nostro settore la manodopera costa fino al 45% in meno rispetto all’Italia e a queste condizioni diventa quasi impensabile portare lì gli operai italiani, e gli albanesi al contrario di quello che si può pensare, non sono meno qualificati dei nostri.

Per l’International Trade Center l’Albania vanta la più alta crescita economica del sud est europeo, trainata da esportazioni. Nel 2011, tessili, calzature, combustibili, minerali e materiali edili hanno visto schizzare del 23% l’export dei prodotti “made in Albania”. In piena crisi hanno mantenuto positivi i tassi di crescita del Pil (+3,3% nel 2009, +3,5% nel 2010, +3% nel 2011, secondo la Banca Mondiale), così gli investimenti diretti esteri (dai 324 milioni di dollari del 2006 ai 1.031 del 2011, World Investment Report 2012, Uncad), con più di metà su trasporti, comunicazione, banche e servizi.

Come mai? Lo dice la Banca Mondiale nel rapporto “Doing Business 2012” sui progressi di 183 economie mondiali a vantaggio di affari e imprese: a Tirana sono sempre più tutelati gli investimenti (16esimo posto), con maggiori possibilità di ottenere un prestito bancario (24esimo posto), più di quanto accade in Italia (rispettivamente al 65esimo e 98esimo posto per giudizio). Ma la crisi è dietro l’angolo: nell’ultimo anno ha ridotto i quattrini esteri ( 2%) anche per via della recessione ad Atene e a Roma, contratto le rimesse degli albanesi all’estero ( 27,3% rispetto al picco del 2007 pari a 952 milioni di euro), e spinto il tasso di disoccupazione al 13,32% a marzo scorso dopo il crollo degli ultimi anni (dal 2002 al 2008 giù dal 17% al 12,5%).

Di quale Albania parlare? Di certo l’80% dell’economia non è più statale, sia per la vendita degli assets la telefonica Albtelecom è andata ai turchi di Calik Holding, l’energetica Ossh ai cechi di Cez, la petrolifera Armo al consorzio svizzero americano Anika Enterprises, Refinery Associates of Texas Mercuria Energy Group che grazia alla riforma fiscale del 2008. Se prima le imprese venivano tassate del 20% e le persone fisiche dall’1% al 20%, oggi per tutti i redditi vige una flat tax del 10 per cento. Poi, anche per effetto dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (in vigore dall’aprile 2009) e dell’Interim Agreement siglati con l’Europa, sull’83% dei prodotti industriali importati dal mercato europeo non si pagano tasse doganali e chi investe nelle zone montuose non paga le tasseper otto anni. Le misure antievasione, dal divieto di transazioni cash sopra 2.158 euro a quello dell’uso del contante per le imprese oltre il 10% del fatturato, sono tuttavia giudicate ancora blande.

La Cofra di Barletta, leader nella fabbricazione di scarpe di sicurezza e da lavoro, è atterrata qui negli anni ’90 per abbattere i costi di manodopera e allargare le vendite (anche tramite il fornitore Albaco Shoes). Abbiamo deciso di delocalizzare nel 1992 dopo la crisi economica provocata dalla svalutazione del dollaro dichiara a Linkiesta l’amministratore delegato Giuseppe Cortellino per competere con la Cina sembrò la soluzione, ma non lo era completamente. stata un’esperienza notevole che ha favorito l’internazionalizzazione, ma è stata molto dura. La mentalità industriale lì non esiste, così la burocrazia, ma nel tempo tutto è migliorato molto e oggi non esiste un made in Albania concorrente. Cofra è tra le poche che per delocalizzare non si è stravolta e alla crisi ha risposto con investimenti in ricerca e innovazione, rafforzando il quartier generale in Italia e la posizione strategica nel comparto. Fondata dal padre Ruggiero nel ’38, oggi ha 350 dipendenti, sforna 15mila paia al giorno e fattura 80 milioni di euro.

Meglio cioè della crisi settoriale del 2003 2004 che nel Salento ha messo in ginocchio i due (ormai ex) colossi come Filanto e Adelchi, che sull’altro estremo del canale d’Otranto sono stati i primi italiani a macinare guadagni, rispettivamente dal ’93 e dal ’96. Tra congiuntura internazionale, concorrenza dei paesi in via di sviluppo, ritardo nelle strategie di riposizionamento di mercato e stretta creditizia, tuttavia, non sono riuscite a rilanciarsi: hanno mandato in cassa integrazione circa 1.100 operai, e sono ancora in attesa che si sblocchi l’accordo di programma da 40 milioni di euro siglato nel 2008 tra Stato e Regione Puglia. Se Adelchi che oltre ad essere in Bangladesh e Etiopia, è in Albania tramite joint venture con le ditte Donianna, Rozimpeks e Albanian Shoes Corporation nel 2002 contava su più di 2mila operai, oggi, tra Tricase e Specchia, se ne ritrova poco meno di un centinaio, per lo più designer e produttori dei campioni. E Filanto, che oltre ad essere in Ucraina, Argentina e India, ha puntato tutto su Tirana e Durazzo, se arrivava a stipendiarne fino a 3.500, ora ne ha meno di 200 e tra Casarano e Patù la produzione è minima.

Fare scarpe in Albania non è difficile. Il vantaggio chiarisce Triggiani è individuare un fornitore albanese da cui comprare prodotti o parte di lavorazione. Non bisogna demonizzarlo, significa rendere flessibile la produzione come abbiamo fatto noi trent’anni fa con la lavorazione a faon. La differenza è l’incidenza del costo di lavorazione della tomaia dove la manodopera incide di più. Viene pagata circa 200 euro lordi al mese, in Italia fino a 2.500 euro.Il problema, dice ancora Triggiani, è che se le aziende non vanno in Albania come magari fanno i tedeschi con tute da lavoro per l’Audi, oggi non vanno nemmeno in Cina, ma in Bangladesh, Laos e Cambogia. Il made in Albania? Serve per i gruppi solidali d’acquisto, l’ha inventato una signora tempo fa ed erano scarpe, ma non evoca l’eccellenza produttiva come il made in Italy.

La signora albanese continua a crederci, come coloro che si mettono in viaggio per portarsi a casa il Vidatox, l’anticancro ricavato dal veleno dello scorpione. L’Albania è anche questo,
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ma le sorelle del rating non lo sanno.

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Infertilità femminile, l è la terapia efficace senza effetti collaterali Mercoledì, 29 Giugno 2016 16:31 Scritto da dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Infertilità femminile, l è la terapia efficace senza effetti collaterali Pubblicato in Medicina Letto 2574 volte Stampa Email Vota questo articolo 1 2 3 4 5 (3 Voti)Il 50 % delle pazienti che assume questo “zucchero” torna ad ovulare dopo circa un mese. L’88 % ripristina il ciclo mestruale dopo 3 mesi. Il 70 % torna ad avere un ciclo mestruale regolare e il 55 % riesce ad avere una gravidanza spontaneaGIPRESS FIRENZE Secondo il Ministero della Salute l’infertilità è un problema nazionale che affligge almeno una coppia su cinque, e per questo è stato attivato un Piano Nazionale di assistenza sanitaria per abbattere le barriere fisiche e culturali che ostacolano la ricerca di un figlio. (Nei restanti casi, la sterilità è dovuta ad alterazioni tubariche, malattie infiammatorie pelviche, fibromi uterini ed endometriosi). Nestler, Professore di Medicina al Dipartimento di Medicina Interna, Virginia Commonwealth University. Il produttivo dibattito scientifico e la “corrispondenza epistolare” tra i due, pubblicata sulla rivista Gynecol Endocrinol, 2015 (impact factor: 1.33) ha portato ad un ulteriore traguardo verso la comprensione dei meccanismi della PCOS e dell’efficacia terapeutica degli inositoli.SINDROME DELL’OVAIO POLICISTICO La PCOS è una sindrome caratterizzata da diverse alterazioni endocrinologiche e metaboliche, in particolare dall’aumento degli androgeni, gli ormoni maschili e si associa all’ insulinoresistenza. Assenza o irregolarità nel ciclo mestruale, ovaio micropolicistico, obesità, acne e irsutismo sono i segnali principali della PCOS, presenti già nelle adolescenti. Ad oggi, le cure per la PCOS sono diverse, utili a rimuovere solo uno o alcuni sintomi della patologia: dalla pillola anticoncezionale, se non si desidera una gravidanza ai numerosi farmaci insulinosensibili che normalizzano il ciclo mestruale, riducono gli androgeni e migliorano la funzione riproduttiva sia in senso di ripristino dell’ovulazione spontanea che di miglior risposta alle terapie di induzione dell’ovulazione. Nuove molecole sono state individuate che senza effetti collaterali, hanno risultati identici a quelli farmacologici per la cura della PCOS. A tal proposito, interessanti sono il Myo inositolo (MI) e il D chiro inositolo (DCI), i due principali stereoisomeri dell’inositolo che svolgono la funzione di secondi messaggeri dell’insulina,
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anche se con funzioni diverse.COME E QUANDO ASSUMERE L’INOSITOLO L’inositolo si trova in natura in alcuni alimenti, tra cui legumi, cereali, frutta. In particolare, la lecitina di soia ne è ricca come anche il riso integrale, il grano saraceno, l’avena e l’orzo. Anche la carne, sia di bovino che di maiale contiene una certa quantità di inositolo. I frutti con maggiore concentrazione di tale sostanza sono le arance e i pompelmi e le fragole, piselli e cavolfiore tra le verdure. E’ consigliabile quindi, seguire una dieta equilibrata che preveda tali alimenti, abbinata ad attività fisica. In molti casi, alle donne che soffrono di PCOS, è necessaria un’aggiunta con integratori a base di inositolo, che trovano in commercio, anche associati ad acido folico, altra sostanza molto utile in gravidanza.INFERTILITA’ E NON SOLO Oltre che in settori consolidati come la cura della PCOS e l’aiuto nei programmi di procreazione medicalmente assistita (PMA), l’inositolo è sotto i riflettori per la sua capacità terapeutica in gravidanza, in particolare nella profilassi dei difetti del tubo neurale resistenti all’acido folico e nella prevenzione dell’insorgenza del diabete gestazionale. Il rapporto Censis Giornata contro violenza donne, a Rufina scarpe rosse davanti al Comune LA STORIA Nicoli ce l fatta, simbolo della forza di tutte le donne che hanno sconfitto la paura Gli “Etruschi from Lakota” contro la violenza sulle donne lanciano il video “Aulin”Ultimi da Ricerca per l’Alzheimer, una sfida per una delle principali priorità di salute a livello globale “Non c’è muscolo senza cervello”, al via la settimana Settimana Mondiale del Cervello Firenze e il mondo del calcio per il capitano della Fiorentina Davide Astori IMMAGINI Il cuore delle donne corre gli stessi rischi di quello degli uomini? TOSCANA Marketing territoriale, “It’s Tuscany” per creare valore ad aziende e territorioNotizia del giorno Prev NextManovra, per le imprese ok agevolazione ristrutturazioni energetiche e piano Impresa 4.0, preoccupazione su pressione fiscaleL’analisi di CNA: “Molte conferme attese relative al sostegno degli investimenti ma non affronta il nodo cruciale dell’elevata pressione fiscale”.
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Il discorso di Fini al Mirabello: foto

La faida Berlusconi Fini entra nel vivo. Il Premier, d con Bossi, proverà a far Gianfranco da Napolitano, di cui probabilmente Bossi avrà pensato cavolo ci sta a fare al Quirinale? Almeno cacci via Fini Difficilmente accadrà e il del cerino tra Gianfry e Silvio è sempre più vorticoso.

Proviamo, anche se con difficoltà, a riderci sopra con ballata di Gianfranco nuovo video di Gigginoproductions, che con il sottofondo della splendida Dedicato di Ivano Fossati ironizza su Fini, ma non soltanto.

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Caricato da Virgilio News. Il Premier, d con Bossi, prover a far Gianfranco da Napolitano, di cui probabilmente Bossi avr pensato cavolo ci sta a fare al Quirinale? Almeno cacci via Fini Difficilmente accadr e il del cerino tra Gianfry e Silvio sempre pi vorticoso.

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Perche si dovrebbe dimettere ? Processi alle intenzioni non se ne possono fare a farlo sfiduciare dal parlamento ci riescono!

Scritto da : Cannonau 07.09.2010

in lui non mi dimetterei in quanto il modo di agire tenuto era già studiato a priori,e contemplata anche la possibile conseguenza, perciò visto che non era l che cercava,ma soltanto il tornaconto personale come per ogni lavoro,fini ha agito con volontà e coerenza,ora dovrà combattere per la sua posizione e fregarsene di tutti,giusto o no che sia ma la realtà è questa.

i politici non lo fanno come una missione ma un mestiere,
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approfittare delle occasioni è il loro credo.

Per cui la povera Sakineh rischia di essere Lapidata prima del dovuto!!!

Per far capire a Berlusconi di Starsene Buono e calmo, che qui si gioca con la vita degli altri, come mi dovrei esprimere???voglia cortesemente astenersi, se possibile, dal momento che

forzerebbe il suo bisogno spasmodico di mettersi in mostra, voglia

essere cosi gentile da profferire poche parole sul caso Sakineh e lasciare il campo a qualche alta personalita del mondo della cultura

che a livello mondiale, abbia acquisito un alto grado di riconoscimento morale, onde permettere ai Giudici Iraniani di trasformare la condanna a morte della Sakineh in atto di clemenza verso un essere umano che, anche se ha sbagliato, le vanno riconosciute le attenuanti

di donna offessa dalle violenze del marito, che hanno generato in lei

la Imperdonabile vendetta che spetta solo ad Allah, ma che, la Poveretta ha subito tali e tanti oltraggi, che ha reagito alle continue offese del marito che è stato talmente oppressivo, da procurare alla povera moglie una reazione cosi dura!!!

Vogliano loro giudici essere clementi e comprendere che ogni essere umano,
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maschio o femmina che sia ha le sue debolezze e in questo

momento invito a rivedere la sentenza e studiare meglio il caso, aprendo il Vostro cuore al perdono umano, cosi come avrebbe certamente fatto Allah.

forzerebbe il suo bisogno spasmodico di mettersi in mostra, voglia

essere cosi gentile da profferire poche parole sul caso Sakineh e lasciare il campo a qualche alta personalita del mondo della cultura

ugg bergamo L’ESCLUSIVA COLLEZIONE PORRO A IMM COLOGNE

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04/02/2013 Grazie al ritorno in veste di espositore a IMM Cologne, l fieristico di riferimento per il settore del design nell tedesca che sie concluso lo scorso gennaio, al miglioramento dei servizi ai punti vendita ed al lavoro progettuale continuo sulla coerenza e completezza della gamma, Porro archivia il 2012 con risultati importanti in termini di crescita in tutti i mercati germanofoni, dalla Germania per arrivare alla Svizzera tedesca e all

Per proseguire e consolidare il percorso avviato, il marchio italiano conosciuto in tutto il mondo per l qualit dei propri sistemi e delle proprie collezioni per la casa e l rilancia la propria presenza all 2013 di IMM, ampliando il proprio spazio espositivo e conquistando una posizione centrale all della hall 11 2, nell dove espongono i brand internazionalmente pi noti.

Concretezza ed astrazione, materialit ed immaterialit convivono nello stand di Porro a Colonia: una villa dalla pianta libera e dallo spazio fluido progettata da Piero Lissoni dove ogni elemento, dalla cura dei dettagli al raffinato equilibrio tra forme e colori, svela la filosofia progettuale decisa ma sussurrata del marchio e del suo progettista di riferimento: tracciati geometrici che lasciano a ciascuno ampi spazi di personalizzazione. Sotto una copertura piana che comunica estrema leggerezza, tra inserti verdi a tutta altezza e pareti sottili che fungendo da divisori donando un senso di continuit si snodano sei ambienti in totale: due sale da pranzo, una camera da letto, un living, una zona home office e una dressing room, non pi intesa come vano tecnico ma come uno spazio olistico, vera e propria stanza e nuovo cuore della casa.

Filo conduttore il gioco di pieni e di vuoti e l di colori naturali e delicati, il grigio tortora delle pareti, il laminato beige chiarissimo del pavimento, l ultima essenza scoperta da Porro e introdotta a catalogo, espressiva ed avvolgente con una sensazione di intimit e di gi vissuto e pennellate di giallo, di arancio e di verde che si fanno strada tra oggetti prevalentemente in bianco o in nero.

Nel primo ambiente dining, il tavolo Metallico proposto nella versione rettangolare con finitura nera, che si caratterizza per lo spessore iper sottile del piano abbinato al gioco grafico delle gambe inserite nel piano e dello stesso spessore. Attorno ad esso sono disposte la panca Groove in hemlock tinto nero e le sedie Gentle bicolori, per l del metallo rivestito in pelle nera delle gambe posteriori che continuano nell dello schienale, al legno chiaro delle gambe anteriori che diventano braccioli e sostegno per la schiena. Ideale per riporre piatti, bicchieri e posateria, la madia Tiller in eucalipto presentata nella versione alta, con interni organizzati attraverso 2 ripiani in cristallo, con la possibilit di aggiungere da 1 a 4 cassetti opzionali.

Cos prezioso ed accogliente da diventare un vero e proprio rifugio dove sostare e rilassarsi tra il calore del legno e la purezza delle laccature Porro, il guardaroba si amplia per diventare una stanza a s una dressing room all Se nella casa si assiste ad un ritorno ai canoni del passato applicati all in maniera equivalente al bagno l degli armadi vive una nuova fase: la funzionalit spiccata degli anni passati si attenua, trasformando questo vano tecnico in un luogo emozionale a cui riservare sempre pi spazio, dove recuperare il rapporto intimo che la persona ha con determinati momenti della propria vita dedicati esclusivamente se, come la scelta di un vestito, la cura delle proprie scarpe o cravatte, il momento prettamente femminile del trucco o delle creme davanti allo specchio.

Qui il protagonista Storage, il sistema modulare Porro in grado di contenere e di mostrare gli oggetti riposti trasformandosi con naturalezza da armadio a cabina, che si arricchisce di tutta una serie di personalizzazioni interne ed accessori, perch tenere in ordine i propri abiti non mai stato cos semplice, e invitante.

Se in una nicchia presentata la scarpiera con ripiani inclinati luminosi, la cabina autoportante Storage Air presentata in rovere carbone con ripiani e cassetti di vetro, mentre nell un armadio a giorno alterna una parte aperta ad un chiusa da ante in rovere carbone con maniglia Boite Aux, mostrando la nuova cassettiera sospesa con top in cristallo luminoso, il ripiano luminoso non inclinato e il portacravatte sull che si rispecchiano nello specchio Reflection con struttura in metallo verniciato bronzo satinato.

Nella camera da letto, un destinata allo studio creata utilizzando la libreria Load It con pannelli con in hemlock tinto nero e specchio e mensole in acciaio, insieme al piano scrittoio Modern in hemlock nero, alla sedia Conch di Decoma Design con rivestimento in tessuto naturale beige m e alla cassettiera ufficio in hemlock nero, per lavorare da casa in pieno comfort. Per contenere gli abiti, l Storage complanare presentato con anta Scoop in vetro color tortora e interni in hemlock cenere, sfondo perfetto per il letto Shin in frassino tinto nero e cuscini color cuoio dello stesso colore della panca ai suoi piedi. Il comodino Truck nero a scaletta e due comodini Offshore bianchi, con foro centrale che ne consente l il cassettone intarsiato Inlay e le poltroncine Ghiaccio in frassino naturale e tessuto bianco completano l rifinendo l nei dettagli.

Un ambiente ufficio, pensato per chi vuole trasportare nel proprio luogo di lavoro l il calore e il design essenziale delle ambientazioni domestiche Porro, utilizza due sedie e due poltroncine Neve con struttura in frassino tinto nero e seduta imbottita in pelle nera attorno al tavolo allungabile Taac con rivestimento in eucalipto, che lascia intravvedere la struttura interna in alluminio nero. Alla parete, illuminata da luci led che la trasformano in un oggetto scultura, la libreria System in eucalipto a modulo variabile personalizzata da un scorrevole Iron in cristallo fum da schienali random in laccato giallo mustard opaco e dai nuovi cassetti vassoi in hemlock naturale e nero. Completano la scena due poltrone longue Jade in pelle bianca con base a croce in noce canaletto accompagnate dal tavolino rotondo Shahan e due credenze Modern giallo mustard con ante che rivoluzionano il suo aspetto esteriore conferendo tridimensionalit e nuova dinamicit alla superficie.

Un secondo ambiente dining, propone la nuova versione tonda del tavolo Synapsis da 180 cm con piano in cristallo temperato retroverniciato nero con base cromata, le sedie Como con struttura in rovere carbone e rivestimento in pelle verdone scuro, le librerie vetrina Ex Libris racchiuse da fondali e laterali in cristallo e la madia bassa Tiller, le cui ante, grazie alla speciale cerniera, si aprono una sull ruotando di 180 e variando piacevolmente il suo disegno in facciata a creare figurazioni sempre diverse.

L living, con accoglienti divani Living Divani in tessuto di lino naturale, propone le poltroncine basse Ghiaccio in frassino tinto nero e lino bianco, i contenitori Balancing Boxes in legno Palissandro Santos e Red Gum, le panche quadrate basse Modern laccate opache sabbia e in eucalipto e due tavolini vetrina Showcase Table giallo mustard e cioccolato. Alla parete, una composizione Modern accosta a terra un modulo tv con anta a ribalta e un modulo attrezzato con cassetti laccati sabbia opaco, perfetti per contenere i supporti multimediali, ad una mensola e un pannello tv flag in hemlock tinto nero che pu ruotare di 90 regolando la posizione del televisore a seconda del punto di vista dello spettatore, ad un pensile orizzontale Sidewall cioccolato laccato opaco.

Negli spazi di passaggio, vivono le librerie verticali Sidewall nelle tinte lucide giallo mustard, cioccolato, arancio fiamma e verde spring, il contenitore baule Chameleon con interni in legno di pero e rivestimento in pregiate fasce di pelle che aprendosi cambiano colore dal bianco al nero e due orologi Sundial, le cui ore si leggono riflesse sulla superficie metallica bianca. Con uno stand che punta sulla semplicit la pulizia e l tra forme e colori e un panoramica sulla propria collezione e sui propri sistemi per la zona giorno e la zona notte della casa e per l Modern, System e Storage, Porro gioca ad Imm tutte le proprie migliori carte.
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ugg boots china la citt dei replicanti

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Sotto Natale il mio fastidio verso il prossimo aumenta a dismisura. E non solo perch a Natale sono tutti pi buoni, perch son sempre miscia, perch mi sento malinconica o perch per fare via Luccoli devo spintonare la gente per arrivare al lavoro, ma principalmente perch nello struscio natalizio di via XX Settembre si concentra il peggio del peggio: se c una cosa che ti mi fa enormemente anguscia vedere l dei miei concittadini, il loro accontentarsi di far parte del gregge ed essere tutti uguali tra di loro.

Genova una citt di replicanti, nel senso non di mostri, ma proprio di copie l uguale all provate a fare un giro in centro e vi renderete conto di quante pecore se ne vanno beatamente in giro copiando la massa.

Per anni tutti si sono comprati il Woolrich, 500 euro di giaccone per carit sar caldissimo ma io con 500 euro ci vado in viaggio una settimana roba da pazzi. E ci voleva la Gabanelli a farvi scendere la mania di quelle altre giacche da albarino, il piumino Moncler? E che brutta moda quella degli Ugg Boots, orrendi ciabattoni con cui vi trascinate lentamente per le strade, con i talloni che vanno un po dove gli pare a loro.

Un altro esempio, l scorso Zara ha lanciato un eskimo con un orrido pelo dentro e le maniche di pelle: l giorno, passeggiando per via San Vincenzo, ne ho contati almeno una ventina, se lo sono comprato met delle ragazze che conosco! Aiuto, i replicanti!

Per questo ho deciso che non comprer mai pi nemmeno un calzino nelle catene d e non solo perch la provenienza di tale indumenti in molti casi un mistero o perch dei pantaloni nuovi di pacca mi sono rimasti in mano dopo due giorni e le magliette dopo tre lavaggi non son manco buone per pulire i vetri, ma soprattutto perch non ho voglia di essere anche io una replicante. E pazienza se un vestitino carino a 39.90 mi fa sempre molta gola, ma poi mi vien male a pensare di vederlo indosso alla mia peggior nemica. Quant brutto, pensate, arrivare in ufficio e vedere la collega meno simpatica con indosso la tua giacca, uguale identica??

Brenda e Kelly in Beverly Hills 90210

Ricordo alla perfezione la puntata di Beverly Hills 90210 in cui Kelly e Brenda si presentano al ballo di Primavera con lo stesso abito: un incubo!

Ho deciso che il mio scarso budget destinato a scarpe e vestiti lo investir solo ed esclusivamente nei negozi dei giovani genovesi, di quelli che si fanno un mazzo tanto per tenere aperta un in centro storico, che alle spalle hanno gusto, idee, fantasia.

Voglio guardare la qualit l Perch a Genova, e basta uscire dalle solite due vie del centro per rendersene conto, ci sono negozi stupendi portati avanti da ragazzi eccezionali che si sbattono per fare di Zena un posto migliore. Anche a livello di look 🙂
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ugg boots outlet l’intervista a Carlo Massarini

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Penso che l atteggiamento nei confronti del mezzo e la sua diffusione siano molto diversi rispetto a qualche anno fa. Alcune cose di base, tuttavia, non sono cambiate. La possibilit di immettere una quantit , magari limitata, di materiale, e oggi la possibilit di creare facilmente dei siti, dei blog, forum, dei newsgroup e farlo da soli, abbastanza facilmente, rimane comunque la cosa pi interessante di tutto il sistema di comunicazione Internet . Se non si comunica, o comunicano solo in pochi o solo alcuni tecnicamente capaci, chiaro che non un vero sistema di comunicazione. Io credo che nel tempo invece si sia rivelato tale, cio una piattaforma sulla quale, in misura maggiore o minore, tutti riescono a pubblicare e tutti riescono a ricevere un po di attenzione.

Rimane il problema di fondo iniziale, cio che tu puoi pubblicare, ma se non sei bravo o se non hai i mezzi o un talento per la diffusione della tua comunicazione, rimani in una nicchia di poche persone che ti conoscono e nessuno ti viene a cercare. Quindi la visibilit rimane il problema fondamentale per chi vuole pubblicare qualcosa non per il gusto di pubblicarla, o per l euforia della propria prima pubblicazione, ma perch ci tiene. Se poi si tratti di cose politiche, tecnologiche, di intrattenimento, di gusto o di cultura, questo non importa, il discorso rimane sempre il solito. Adesso, come dici tu Alex, gli strumenti sono pi raffinati, sicuramente pi automatici, pi alla portata di tutti e si sono abbassati i prezzi, per rimane il fatto che una volta che hai pubblicato chi ti legge? E questo rimane il problema di fondo.

E chiaro che adesso siamo tutti quanti pi abili nell usare Internet, sappiamo che puoi inserirti nei vari newsgroup per rilanciare le tue notizie, farti conoscere partecipando alle cose degli altri. Le tecniche di comunicazione, di diffusione del proprio messaggio, di aumento della propria visibilit , si sono raffinate. Il problema tuttavia rimane. Ben vengano, quindi, strumenti che con una tecnologia a basso costo consentono a tutti di avere una visibilit pressoch infinita, mezzo che io ho sempre sostenuto essere democratico . Il problema rimane il fatto di come ottenere questa visibilit .

Non sempre vero. Bisogna sottolineare che per essere presenti al numero 1 o numero 2 dei motori di ricerca, come tu mi insegni visto che lo fai di mestiere, ci sono vari metodi e tecniche che non sempre tengono conto dei relativi contenuti pubblicati. Detto questo, rimane il fatto che ti vanno a cercare sul motore di ricerca coloro che sono interessati o a te personalmente o a quello che hai da dire. Quindi si ritorna al problema. In un motore di ricerca, a meno che tu non sia gi a conoscenza del nome o cognome o un riferimento abbastanza preciso, molto complicato trovare quella persona.

Alla fine, lo utilizzo in maniera non particolarmente attiva editorialmente. Io sono un p un perfezionista e non ho mai voluto aprire un mio sito personale perch avevo il terrore di doverlo poi mantenere aggiornato: perch oggettivamente va aggiornato. Non si pu creare un sito vetrina e lasciarlo l con 4 foto, 3 dichiarazioni e ci si vede fra un anno per altri aggiornamenti. Quindi, essendo conscio di questo e volendo sempre fare le cose per bene, alla fine non l ho mai aperto. Poi mi sono convinto ad aprire un blog, visto che qui la gente posta anch pi interattivo. ma poi mi sono reso conto che pure il blog va seguito e mantenuto. Sai, io amo molto il mio tempo libero, quindi ho le mie cose da leggere, ho la musica che mi riempie tantissimo tempo. poi ho 4 figli. il lavoro che mi porta spesso ad esser fuori. Alla fine ho capito che per fare una cosa del genere avrei dovuto veramente o tagliare di netto il mio tempo di sonno, oppure ritagliarmi un impegno quotidiano che non sarei stato comunque in grado di mantenere. Ho sempre pensato che una cosa del genere andava fatta nel momento in cui partiva un programma o partiva un iniziativa di un certo tipo dove ci sia gi del materiale o ci fosero gi delle persone che comunque collaborano ad un attivit redazionale, per questa cosa non si mai concretizzata.

Io vorrei mettere in rete tutto quello che il mio mondo, che un mondo abbastanza ricco di materiali, perch da un punto di vista musicale io ho fotografato e registrato chiunque dal 70 all 85, e quindi ho un sacco di materiale molto interessante. Foto di gente che o purtroppo non esiste pi o che sicuramente ha cambiato faccia, poi interviste e altro materiale. Io ho cominciato a fare foto da quando stavo in radio e ho visto chiunque, pi gente di quanta non riesco a ricordare. potrebbe diventare un progetto importante. Per francamente ho il terrore a mettermici perch un lavoro infinito. un lavoro da pensionato.

Ovviamente, anche il nostro un progetto che si basa sul lavoro volontario, ma interessato e motivato, anche se totalmente gratuito. Spesso aiutiamo a far nascere progetti e a farli crescere inizialmente. Secondo la mia opinione fattibilissimo che ci siano persone interessate e disposte ad aiutarti nella realizzazione di questo progetto, che prevede la totale condivisione di questo materiale inedito online, far rivivere quelle storie ed emozioni. L unico scoglio sarebbe la digitalizzazione di tutti i materiali per renderli fruibili dal web, invece per la catalogazione e l impaginazione in una apposita struttura, sono il nostro pane.

Certo la digitalizzazione di questo materiale un grosso scoglio. Poi, da questo, il passo successivo nel creare un sito di riferimento per coloro che stanno + o fra i 30 e 60 anni, che sono quelli a cui mi sono rivolto dal 71 in poi, che potrebbero avere un punto di riferimento per poter fare delle scelte, avere dei consigli scoprire degli oggetti ecc. si, questa potrebbe essere la fase successiva.

Per tornare alla domanda su come uso internet: lo uso come la maggior parte delle persone che non hanno un sito e non hanno un blog, lo uso per ricerche, mail, videoconferenze, chat, Skype,
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e tutti questi sistemi che in qualche maniera mi tengono in comunicazione con tutte le persone che conosco in giro per il mondo. Detto questo. la vera risorsa come ben sappiamo il tempo. e non c mai tempo abbastanza per fare tutto quello che vorresti. (just a little bit longer) . RUNNING ON EMPTY molto amico dei componenti degli EAGLES ed, agli albori della sua cariera ha collaborato pure con i BLUE OYSTER CULT.

(In italia si pu ricordare la cover che cant Ron Una citt per cantare).

Come molti pischelli (avevo 19 anni) ho avuto il piacere di scambiarci due parole, dato che all conduceva un programma musicale ed era abbastanza in voga.

Allora. Si stato un tour molto bello, proprio un bel progetto, devi considerare i tempi, perch tutto questo, cio fare un dietro e davanti le quinte di una tourn e, adesso sembra facile, quasi ovvio. Per tu devi pensare che tutto questo accadeva 23 anni fa, i tempi erano meno maturi, anche da un punto di vista tecnologico, per fare una cosa simile, adesso con 4 telecamerine digitali faresti miracoli. Allora bisognava portarsi dietro dei macchinoni con la bobina. quindi tu devi pensare alle difficolt tecniche di allora, poi al fatto che, nonostante fossimo amici, Jackson era pur sempre una star americana. Proprio in quel periodo, mentre stava in tourn e in Italia, and per la prima ed unica volta al numero uno in america con Hold on /Hold Out, che fra l altro non dico che sia il suo album pi brutto ma sicuramente non uno dei pi belli. Roma piuttosto che Venezia o Milano. Quindi si, ricordo che sono stati una decina di giorni molto belli, faceva un caldo boia, era fine luglio/agosto. Fantasy che non dico siano passate alla storia, ma sono ricordate con molto affetto da tutti coloro che hai tempi seguivano.

Le case discografiche, abbastanza incredibilmente dal mio punto di vista (forse non le conoscevo abbastanza bene o forse le sopravvalutavo) hanno mancato completamente l onda. Quando poi invece , l iPod di Steve Jobs, quindi Apple, quindi societ informatica, ha fatto tutto quello che ha fatto, ho capito qual il problema, che una cosa la creativit per fare dei prodotti e marketizzarli nei canali conosciuti, un altra cosa invece adeguarsi, adattarsi a un sistema completamente nuovo, capirne in fretta le potenzialit e usarlo a proprio vantaggio. Sono due cose molto diverse. Perci le case discografiche hanno sicuramente mancato una grande occasione, hanno praticamente mancato l anno zero: si sono trovate da una parte spiazzate dalla pirateria, quindi dalla possibilit di copiare all infinito, dall altra parte si sono trovate incapaci di creare una forma di distribuzione alternativa e nuova, tanto vero che l ha creata per loro un informatico. Tant vero che ora il vero padrone della musica in questo momento. adesso forse esagero. come se il padrone della musica fosse stato il sig. Sony che aveva inventato per il figlio il Walkman. per il Walkman era solo un sistema di riproduzione. Questo un sistema di distribuzione quindi molto importante da un punto di vista industriale.

Penso che fondamentalmente ogni tecnologia porta con s un rischio, un rischio di carattere completamente diverso. Quindi, dato il sistema e data la possibilit tecnica di fare quello che hanno fatto i vari Napster ecc. , ci sono due maniere di combatterla: la prima passa per le aule dei tribunali. ed infatti Napster ha fatto la fine cha ha fatto, stato chiuso e poi riaperto peraltro con molto meno successo di prima, evidentemente, essendo a pagamento. Dall altra parte per , io ritengo sia giusto tutelare coloro che scrivono canzoni, nel senso che giusto tutelare coloro che hanno un talento per inventare qualcosa che non c , che d soddisfazione, che crea un mercato, che d piacere alla gente ecc. io trovo che una forma di retribuzione ci debba essere. Conosco bene i meccanismi del mercato di adesso, la maggior parte dei cantant, essendo diminuite le vendite, guadagnano pi sugli spettacoli dal vivo. Se tu sei in classifica, sei pi popolare, si sente di pi la tua musica ed chiaro che tu fai pi serate. Detto questo per , evidente che si sono persi 5 anni nel cercare di bloccare queste cose senza invece fare una strategia alternativa nuova per il nuovo millennio.

Io credo che quello che le case discografiche potrebbero offrire maggiormente una sorta di senso di appartenenza legato a un gruppo o piuttosto che a un cantante, a una situazione musicale o un etichetta discografica. Se tu guardi molta delle pubblicit delle compagnie telefoniche basata sul senso di comunit , cio : venite da noi che vi forniamo tutta una serie di cose , le case discografiche avrebbero dovuto fare la stessa cosa, sia come casa discografica che come distribuzione del singolo artista. In alcuni casi stato fatto. ma molto poco. L ha fatto Bowie, o Prince, ma per conto loro. Avrebbero dovuto creare un meccanismo del genere, secondo me. Un meccanismo che desse a chi si avvicinava al prodotto discografico ( pagandolo una cifra esorbitante perch , a parte l Inghilterra dove per il costo della vita molto pi alto, io non conosco nessun altro paese dove i cd costano cos tanto). In America, a parte il dollaro favorevole, costano veramente il 30% in meno ed in altri paesi anche pi del 30 %. Comunque, un biglietto di ingresso per entrare in una comunit , cio per entrare in un mondo dove il tuo artista non era semplicemente quello che cantava 12 canzoni ma che in qualche maniera apriva un p le porte del suo mondo meno pubblico. Su questo aspetto le case discografiche hanno lavorato molto poco, poi si. ci sono anche altre cose, ma ora non vorrei prendere il posto di un direttore marketing di una multinazionale. ci sono altre cose che loro potrebbero fare per spingere la gente a comprare musica. adesso il treno grosso un p passato, si possono prendere dei treni minori, ma quello grosso andato.

Si, comunque io utilizzo l home Banking e la carta di credito, ma ad oggi chiaro che se a un certo punto ti clonano la carta di credito, entro 30 giorni facendo reclamo le banche ti restituiscono quello che ti stato rubato. Non tanto la paura di far conoscere il proprio numero della carta, il problema che poca gente ha la carta di credito, questa la differenza. Mentre in America la carta di credito molto diffusa in Italia non tutti ne sono in possesso o non la usano, c proprio una disabitudine ad usarla,
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perch da noi va ancora di moda avere i soldi in tasca .

ugg a roma L che non c pi dal mito della Vespa alle vecchie cartoline

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TRIESTE C’era una volta la cartolina, quel cartoncino colorato che passava di mano in mano latore di un messaggio destinato a una persona sola, al più a un nucleo “allargato”, che all’epoca si apostrofava educatamente con un “gentile famiglia”. Quando vide la luce in Italia, nel 1873, con francobollo incorporato, il ministro Quintino Sella storse il naso: per i rappresentanti postunitari, eletti dall’uno o due per cento della popolazione, ovvero da loro simili rigorosamente maschi, le piccole gratificazioni delle persone comuni, a basso prezzo, non potevano essere più distanti.

Non avrebbe avuto nemmeno un fastidio, il ministro, se solo avesse immaginato che centocinquant’anni dopo la cartolina è pezzo da collezionisti. Un reperto da bancarella, un termine privo di significato per generazioni abituate a far volare il proprio “pensierino” su Instagram. Il post si è sostituito alla delicatezza del ricordo personale, alla dedizione dell’acquisto e della compilazione del messaggio cartaceo, alla calligrafia del mittente: veloce, anonimo, esibizionistico e compulsivo, infarcito di emoticon, schizza in rete verso una massa indistinta di amici e perfetti sconosciuti.

C’era una volta la macchina da scrivere, con cui risaliamo nel tempo ancora più indietro, all’Italia pre unitaria. Corre infatti il 1855, dieci anni prima del successo su larga scala della massiccia americana Remington, quando Giuseppe Ravizza, un avvocato di Novara, presenta il suo “cembalo scrivano”, con la scocca in legno, il cui nome si deve ai tasti bianchi e neri simili a quelli del pianoforte. Un’invenzione troppo in anticipo sui tempi, in un paese contadino e analfabeta, diviso in otto stati e oppresso da stranieri. Non basteranno cent’anni (e, nel frattempo, un successo imprenditoriale come quello di Camillo e Adriano Olivetti) per farla entrare nella pubblica amministrazione, se ancora nel 1959 il ministro democristiano Giorgio Bo auspicava l’avvento di dattilografi e stenografi piuttosto che di diavolerie meccaniche per svecchiare la burocrazia.

Sono passati 140 anni da quando Madame de Stel viaggiava in carrozza per la Germania, fogli, calamaio e penna custoditi nel sécretaire sulle ginocchia, divulgando in “De l’Alemagne”, pubblicato nel 1810, i testi del romanticismo. Ma in un paio di decenni dalla avveniristica macchina da scrivere, la scrittura sarà investita da un’altra rivoluzione: avanzano i computer portatili, in arrivo da Usa e Giappone, ancora più leggeri e ammiccanti dell’elegante Lettera 22. Se le prime tastiere ci ancoravano alla scrivania, oggi smarthphone e tablet ci connettono al mondo, ovunque ci troviamo. L’ufficio ce lo portiamo in tasca, meno ingombrante (ma più invasivo) di un sécretaire.

Cartolina, macchina da scrivere: oggetti smarriti. Automobile, Vespa, lavatrice, telefono: ci hanno cambiato la vita e sono ancora tra noi, evoluti e imprescindibili. Fotoromanzo: oggetto scomparso. Ha fatto sognare milioni di ragazze e, senza che se ne accorgessero, ha ampliato il loro lessico e educato il gusto, mentre il juke box diffondeva una cultura musicale aperta, inventiva, densa di echi lontani. Oggi le eredi di “Bolero” sono le alluvionali soap opera alla “Beautiful” (dove più che a parlare si impara a contare: i matrimoni dei personaggi), mentre il gettone per un disco da condividere, con cui si innamoravano i baby boomers, ha lasciato il posto all’ascolto solitario di iPod e cuffiette. “Stanno suonando la nostra canzone” (Loretta Goggi e Gigi Proietti, 1981), non vale più. Seduti accanto, ne ascoltiamo ciascuno una diversa.

I migliori oggetti della nostra vita, raccontano chi eravamo e che cosa siamo diventati. Com’è cambiata la società, che progressi ha fatto la salute,
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quanti diritti abbiamo acquisito e quanta poesia abbiamo perduto. Gli sforzi che non facciamo più, e i pericoli che corriamo quando la nostra vita viene sbattuta nella grande piazza virtuale della rete, che virtuale non è, perchè ferisce e uccide, come la cronaca di questi giorni insegna.

S’intitola così, “I migliori oggetti della nostra vita”, il libro che la giornalista e storica Marta Boneschi ha pubblicato per Il Mulino (pagg. 350, euro 35,00). Una lunga galoppata con spunti da pubblicità e musica, cinematografia e moda, politica e letteratura attraverso il trionfo della meccanica, l’avanzamento della chimica e della fisica, l’avvento dell’elettronica e dell’informatica lungo il Novecento. Un progresso, parallelo a quello del costume e della mentalità, che neppure due guerre mondiali sono riuscite a interrompere e che ci ha fatto approdare all’oggi, dopo settant’anni di pace e un lungo periodo di crescente benessere, alla crisi, alle fragilità sociali, alla stagnazione economica e demografica.

Ma i migliori oggetti, corrispondono ai migliori anni della nostra vita? In quel 1957 che vide l’apertura del primo tratto dell’Autostrada del sole, il nastro d’asfalto che unirà il paese, come nell’Ottocento la rete ferroviaria, portando lavoro e benessere in molte terre d’emigrazione, il padre di famiglia milanese avrebbe risposto un “sì” convinto: Risparmio un’ora per andare a Forte dei Marmi. E Carlo Emilio Gadda sull’infrastruttura della modernità vede già correre non solo le auto del nuovo benessere, ma il cambiamento delle donne italiane: coi capelli castani lisci che ricadono loro sulle spalle, sul tailleur grigio, con calmi occhi alla strada, all’autostrada, spingono la loro Millecento o la loro Alfa in una corsa elegante, liberatrice.

In fondo, gonne e chiome si sono già accorciate e la biancheria non è più quell’inestricabile armamentario di nodi, bottoni, lacci e fermagli che D’Annunzio celebrava nel “Piacere”: i misteri dell’intimo vengono dissepolti e nel 1956 perfino l’occhiuta tivù pubblica italiana, che scherma le gambe alle ballerine, manda in onda una Maria Luisa Garoppo, ventitreenne tabaccaia di Casale Monferrato e concorrente di “Lascia o raddoppia?”, con un reggiseno che spara e mostra molto di più della gupière disegnata da Jean Paul Gaultier per Madonna nel 1990.

Ma non è solo questione di biancheria. Dal frigorifero alla lavatrice, l’era industriale penetra in cucina, libera la donna dalle incombenze pesanti e, man mano che le domestiche diventano operaie e gli elettrodomestici alla portata di tutti, contribuisce alla democrazia sociale. La plastica? Ormai ha ricoperto il pianeta, ma la sua invenzione eguagliò quella della ruota: dal brutto Pvc dei serramenti, al bel Pvc per i vinili del boom post bellico della musica, dal cellophane ingombrante degli imballaggi a quello lavorato all’uncinetto con cui Salvatore Ferragamo, il ciabattino delle stelle, realizzò la tomaia delle scarpe, nella povertà operosa della seconda guerra mondiale.

I farmaci hanno fatto il resto: nei primi del Novecento l’aspettativa di vita era di 45 anni, oggi è di 80. Il pensiero della morte non è più così incombente, piuttosto siamo assillati dall’eterna giovinezza. In campo sessuale, poi, il secolo breve abbatte muri: con gli anticoncezionali la pratica del sesso viene separata dalla procreazione, e, con la fecondazione assistita, la procreazione dalla pratica del sesso. Quella pillola per inibire l’ovulazione, scoperta dal chimico americano Gregory Pincus, ha rivoltato la società civile, la mentalità, la morale. Nel 1968 è in vendita anche in Italia, dopo Usa, Gran Bretagna e Francia. Ma la strada sarà lunga. Nel ’69, il primo ministro canadese Pierre Trudeau commenta: Non c’è più posto per lo Stato nelle camere da letto di questa nazione. Per il giurista ultracattolico Gabrio Lombardi, invece, la contraccezione toglie alle donne la miglior difesa della loro virtù,
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cioè la paura.

ugg metallic La battaglia per controllare la plastica che inquina i mari

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Kamilo Beach, sulla punta di Big Island, nelle Hawaii, una remota spiaggia tropicale. Ha sabbia bianca, grandi onde e non raggiungibile via terra. Ha molte delle caratteristiche tipiche di una spiaggia tropicale idilliaca. Ma ha un grosso problema: regolarmente ricoperta di plastica.

Scripps Institution of OceanographyBottiglie, reti da pesca, corde, scarpe e spazzolini da denti concorrono a formare le tonnellate di rifiuti che finiscono qui per una combinazione di correnti oceaniche e vortici locali. Secondo uno studio del 2011, lo strato di sabbia superiore potrebbe essere formato da plastica fino al 30 per cento del suo peso. E stata chiamata la spiaggia pi sporca del mondo, ed una dimostrazione sorprendente e visibile di quanti detriti di plastica l abbia scaricato negli oceani di tutto il mondo.

Da Artico all Antartico, dalla superficie ai sedimenti, in qualsiasi ambiente marino gli scienziati hanno trovato la plastica dovunque l cercata. Altri rifiuti prodotti dall spariscono marcendo o arrugginendo, ma la plastica pu persistere per anni, uccidendo animali, inquinando l e rovinando le coste.

Secondo alcune stime, la plastica costituisce dal 50 all per cento dei rifiuti negli oceani. “Ci sono luoghi in cui non si trova plastica”, dice Kara Lavender Law, oceanografa alla Sea Education Association a Woods Hole, in Massachusetts. “Ma se consideriamo i diversi bacini marini, l trovata in tutti. E pervasiva “.

Sui giornali si legge spesso del Great Pacific Garbage Patch, una regione del Pacifico centrale dove si accumulano particelle di plastica, e in tutto il mondo ci sono volontari che partecipano alla ripulitura delle spiagge. Ma per molti versi, la ricerca in ritardo rispetto alle preoccupazioni del pubblico.

Gli scienziati stanno ancora lottando per rispondere

alle domande pi basilari: quanta plastica c negli oceani, dove, sotto quale forma e che danni sta producendo.

Il fatto che fare ricerca in mare difficile, costoso e richiede tempo. E difficile realizzare una mappatura completa dei frammenti pi piccoli, o addirittura microscopici, sparsi nella vastit degli oceani, e gli scienziati impegnati in queste ricerche sono pochi.

Ma ora l in ripresa. “Ci sono state pi pubblicazioni negli ultimi quattro anni che nei precedenti quaranta “, dice Marcus Eriksen, direttore di ricerca e co fondatore del Gyres Institute a Santa Monica, in California, impegnato a combattere l da plastica. Scienziati e ambientalisti sanno che c molto da fare.

Lo scorso maggio, a Nairobi, il Programma delle Nazioni Unite per l (UNEP) ha approvato una risoluzione, in cui si afferma che “la presenza di rifiuti di plastica e di microplastiche nell marino un problema serio che sta rapidamente suscitando l mondiale e ha bisogno di una risposta globale urgente”.

Nel 2014, una squadra del parco marino di Papahanaumokuakea, al largo della costa nord occidentale delle Hawaii, ha rimosso dall protetta una rete da pesca che pesava 11,5 tonnellate, pi o meno come uno dei caratteristici autobus di Londra. Si pensa che reti e altre attrezzature da pesca perse o gettate in mare rappresentino una frazione significativa della plastica marina. Una stima dell suggerisce che queste attrezzature da pesca “fantasma” costituiscano il 10 per cento di tutti i rifiuti marini, ossia circa 640.000 tonnellate.

Sea Education AssociationMa di plastica ce n molta di pi La produzione globale di materie plastiche continua a crescere oggi arrivata a 300 milioni di tonnellate circa e gran parte di essa finisce nell I rifiuti di plastica vengono lasciati sulle spiagge, e i sacchetti di plastica sono spinti in acqua dal vento. Se le discariche non sono gestite adeguatamente, anche le grandi quantit di materie plastiche che contengono possono facilmente essere trascinate via dal vento o dall Altre fonti sono meno evidenti: come i pneumatici che si usurano e lasciano sulle strade frammenti minuscoli che poi finiscono nelle fognature e nell

In un articolo del 2014, Eriksen e il suo team hanno analizzato i dati sugli oggetti trovati nel corso di varie spedizioni in tutti gli oceani del mondo, arrivando a stimare che l per cento, in peso, della plastica galleggiante aveva dimensioni superiori ai 4,75 millimetri.

L comprendeva boe, corde,
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reti, secchi, bottiglie e sacchetti. Ma quando i pezzi sono stati contati anzich pesati, i grandi detriti erano solo il 7 per cento del totale. Aggrediti della luce del Sole e dalle onde molti oggetti di plastica si disgregano fino a raggiungere dimensioni microscopiche, e altre materie plastiche sono piccole dall come le microsfere che vengono aggiunte ad alcuni prodotti cosmetici, e che alla fine sono drenate in mare.

La preoccupazione per queste microplastiche ha continuato a crescere dal 2004, quando Richard Thompson, ricercatore alla Plymouth University, in Gran Bretagna, ha coniato il termine. (Oggi si usa spesso per indicare i frammenti che hanno un diametro inferiore ai 5 millimetri.)

Il suo gruppo di ricerca ha trovato microplastiche nella maggior parte dei campioni prelevati in 18 spiagge britanniche, oltre che nei campioni di plancton raccolti nel Mare del Nord fin dagli anni sessanta . Da allora, il numero di articoli che usano il termine cresciuto a dismisura, e i ricercatori stanno tentando di rispondere alle domande sulla tossicit di questi materiali e sulla loro distribuzione in tutto il mondo.

Quanta ce n

Se individuare la plastica sulla superficie dell costoso e difficile, lo ancora di pi al di sotto: i ricercatori non hanno campioni provenienti da enormi aree di mare profondo che non sono mai state esplorate. E anche se potessero esaminare tutte quelle regioni, per ottenere risultati affidabili dovrebbero testare volumi di acqua enormi, dato che la concentrazione in genere molto bassa. Di fatto, sono costretti a elaborare delle stime per poi procedere a estrapolazioni.

Sea Education Association/G. ProskurowskiIn un articolo pubblicato lo scorso anno, un gruppo diretto da Jenna Jambeck, che studia gestione dei rifiuti all della Georgia ad Athens, ha stimato la quantit di rifiuti prodotti dalle regioni costiere, e quanta di essa potrebbe essere costituita da plastica che finisce negli oceani. Secondo il gruppo, si tratta di una cifra compresa fra i 4,8 e i 12,7 milioni di tonnellate all corrispondente in modo molto approssimativo a 500 miliardi bottiglie di plastica per bevande. Ma la stima non comprende la plastica che persa o gettata in mare, e tutta la plastica che c gi presente.

Per cercare di capirlo, alcuni ricercatori hanno usato reti da traino a maglia fine per vedere quanta plastica si pu pescare. L scorso, l Erik van Sebille dell College di Londra e suoi colleghi hanno pubblicato una delle pi grandi raccolte di questi dati, combinando le informazioni relative a 11.854 singole reti da traino, provenienti da tutti gli oceani tranne l per produrre un globale dei piccoli pezzi di plastica in superficie o in prossimit della superficie.

Si stima che, nel 2014, negli oceani galleggiassero tra i 15.000 e i 51.000 miliardi di microplastiche, per un peso totale tra le 93.000 e le 236.000 tonnellate. Ma questi numeri pongono un problema. Questa stima del totale della plastica in superficie solo una piccola frazione di quella che secondo le stime di Jambeck entra nell ogni anno. Allora, dove tutto il resto? “Questa la grande domanda”, dice Jambeck.

I ricercatori stanno cercando di rispondere. Jambeck sta lavorando con una app chiamata Tracker Debris Marine, che offre un modo per raccogliere grandi quantit di dati inviati dagli utenti sui rifiuti che incontrano. E sta anche lavorando a un progetto per l per approntare un database globale dei progetti di ricerca sui rifiuti in mare.

Dov

La mancata corrispondenza tra la stima della quantit di plastica che entra negli oceani e quella effettivamente osservata nota come il problema della mancante A complicare il puzzle, i dati provenienti da alcune localit non mostrano un chiaro aumento delle concentrazioni di plastica negli ultimi anni, anche se la produzione globale del materiale in crescita.

L del pubblico si concentrata sul Great Pacific Garbage Patch, la grande di rifiuti del Pacifico dove la plastica si accumula grazie a una corrente oceanica chiamata vortice. Il nome in qualche modo fuorviante: i suoi visitatori non troverebbero cumuli di spazzatura. Uno studio del 2001 ha contato 334.271 pezzi di plastica per chilometro quadrato: il dato pi elevato registrato nel Pacifico, ma corrisponde a circa un piccolo frammento ogni tre metri quadrati.

I modelli di van Sebille e colleghi suggeriscono che nel Great Pacific Garbage Patch, e in una zona equivalente nel Nord Atlantico, le concentrazioni potrebbero essere di diversi ordini di grandezza pi elevate che altrove. Ma questi studi riguardano la plastica trovata, mentre la plastica mancante manca per definizione e quindi da qualche altra parte.

Una parte probabilmente sul fondo del mare. Alcuni tipi di plastica affondano, e anche quella che all galleggia, col tempo pu essere ricoperta da organismi marini e finire per affondare. Il lavoro di Thompson ha dimostrato la presenza di microplastiche nei sedimenti delle profondit oceaniche, una zona poco studiata che potrebbe nascondere alcuni dei milioni di tonnellate mancanti. I veicoli telecomandati trovano regolarmente oggetti in plastica di grandi dimensioni tra i rifiuti affondati nelle fosse oceaniche pi profonde.

Lou Dematteis/Spectral Q via Getty ImagesUna porzione sostanziale della plastica degli oceani pu finire sulle coste e un in via via scoperti. Nel 2014, Thompson stato coautore di un articolo che mostra che nel ghiaccio marino artico si erano accumulate microplastiche a concentrazioni di diversi ordini di grandezza superiori a quelle che si trovano perfino nelle acque di superficie pi contaminate. Ci sono molte ipotesi plausibili su dove si trovi la plastica mancante, dice Law. “Ma secondo me non abbiamo ancora la risposta.”

Thompson e altri stanno ora guardando al di l delle microplastiche, cio alle nanoplastiche, quelle di dimensioni inferiori ai 100 nanometri. “Vengono prodotte anche particelle di dimensioni nanometriche”, dice Thompson. “Ed molto probabile che alcune siano sfuggite nell C anche la frammentazione di oggetti di grandi dimensioni.
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Anche il primo ministro danese, Halle Thorning Schmidt, ha deposto dei fiori davanti alla sinagoga Krystalgade di Copenaghen, luogo dell’attentato terroristico di domenica scorsa

Nel diario del comandante di Treblinka, Kurt Franz, c’è una fotografia e una didascalia: “Schoene Zeiten”. I bei vecchi tempi. Quei tempi sembrano essere tornati un po’ ovunque e sotto forme diverse in questa vile Europa.

La strage alla sinagoga di Copenaghen, con l’uccisione di una guardia posta a difendere l’istituto di culto ebraico, non è stata affatto una sorpresa, se non per gli ipocriti o gli illusi. Da tempo è pericoloso essere un ebreo in Danimarca quanto in un paese del medio oriente, tanto che l’ambasciatore israeliano a Copenaghen, Arthur Avon, ha consigliato di non esporre simboli dell’ebraismo in città. “Abbiamo avvertito gli israeliani che sono in viaggio qui e che vogliono andare in sinagoga, di indossare la kippah solo una volta entrati all’interno del tempio”, ha detto Avon, precisando che “è meglio esibire tali simboli solo in luoghi sicuri”. Analogo avvertimento ha espresso il gruppo ebraico Mosaiske Trossamfund, che ha sollecitato i fedeli a non mostrare in pubblico la stella di David.

La Danimarca, il primo paese scandinavo che nel XVIII secolo ha accolto gli ebrei e concesso loro di stabilirvisi, e ancora oggi, una delle nazioni più ospitali del mondo, è da tempo diventato un luogo molto pericoloso per gli ebrei. L’ingresso della scuola ebraica Carolinesqolen, nel quartiere di sterbro della capitale, è circondato da un recinto di filo spinato alto due metri, mentre la scuola Humlehave a Odense, la città natale di Hans Christian Andersen, ha detto a dei genitori ebrei che volevano iscrivere i loro bambini in quella scuola che era “troppo pericoloso”.

Un municipio danese ha poi chiesto che la bandiera israeliana non venisse esposta in un festival che voleva promuovere la “diversità”. Il gruppo israeliano sarebbe potuto diventare un bersaglio per i terroristi. Un docente ebreo del Dipartimento di Teologia dell’Università di Copenaghen è stato assalito da cinque musulmani che l’hanno picchiato e preso a calci sostenendo che a un ebreo è vietato leggere il Corano durante le lezioni. La scuola ebraica Carolineskolen ha ricevuto una lettera in cui gli ebrei sono chiamati “ratti, serpenti, vampiri, pedofili” e “serpenti con yarmulkes e cernecchi”. La lettera si conclude con una minaccia: “Forse avete dimenticato che abbiamo benzina per distruggere le case, i negozi e i centri ebraici”. Sul sito web del giornale Politiken, un lettore ha pubblicato un appello (poi ritirato) che spronava all’uccisione degli ebrei, fornendo anche i nomi di sei membri di spicco della comunità ebraica danese.

ARTICOLI CORRELATI I fiori del male Se le parole del Papa sono stampate su un cartello islamista che condanna la nostra libertà d’espressione Uccidi il blasfemo E’ la kippah proibita. E’ il simbolo di un continente che si sta inesorabilmente svuotando di ebrei. Nei giorni scorsi, il Pew Forum, il massimo istituto al mondo che studia l’opinione pubblica, ha reso noto un fenomeno impressionante. L’Europa ha perso metà della sua popolazione ebraica non dall’Olocausto, ma dal 1960 a oggi. Oggi 1,4 milioni di ebrei vivono in Europa, quando erano due milioni nel 1991. Nel 1960 erano 3,2 milioni. E la Francia svetta in questa triste classifica.

Il giornalista israeliano Zvika Klein si è appena messo una kippah e, munito di telecamera, è andato in giro per le banlieu parigine, mentre nei cimiteri francesi vengono ogni giorno profanate le tombe ebraiche. A malapena Klein è uscito vivo da Sarcelles, la “Gerusalemme francese” dove vivono gran parte degli ebrei della capitale. Lo stesso ha appena fatto il reporter svedese Peter Lindgren. Si è seduto in un bar nel centro di Malm con indosso una kippah, a sfogliare un giornale, mentre i passanti si rivolgevano a lui come “merda ebrea” e “Satana ebreo”. Un immigrato ha detto a Lindgren di “andarsene”, mentre a Rosengard, un quartiere densamente popolato da musulmani dove vive anche una piccola comunità ebraica, il “giardino delle rose” simbolo dei progetti svedesi di integrazione lanciati negli anni Sessanta, Lindgren è stato circondato da una decina di ragazzi di origine araba che lo hanno minacciato di morte, mentre i residenti degli appartamenti vicini gli tiravano uova.

Il documentario per la tv svedese spiega che “molti tra gli ebrei rimasti a Malm hanno paura di lasciare le loro case; molti vogliono lasciare la città e non vogliono che i loro figli crescano lì”. Negli anni settanta la comunità ebraica di Malm contava duemila membri, oggi sono rimasti in seicento e di questi la maggior parte ha già pianificato la fuga. Eppure la Svezia era stata nel Novecento uno dei luoghi più accoglienti per gli ebrei (da lì viene Raoul Wallenberg, il più celebre dei Giusti fra le Nazioni). E proprio Malm, affacciata sul mare del Nord, fu la città rifugio per molti ebrei scandinavi che riuscirono a fuggire alla deportazione nazista nella vicina Norvegia. Nelle periferie belghe di Anversa,
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“i borgerhout”, non è più consigliato camminare con lo zucchetto ebraico. E non lo è da oggi, ma da quando nel 1980 terroristi di Abu Nidal lanciarono bombe a mano contro gli studenti ebrei di Agudat Israel e ne assassinarono uno. Sempre in Belgio, nei giorni scorsi, una insegnante si è rivolta così a una studentessa ebrea: “Dovremmo mettervi tutti su un carro merci”. L’episodio è accaduto alla Emile Jacqmain, una scuola di Bruxelles.

L’Abraham Geiger Theological College a Potsdam, in Germania, consiglia agli studenti di non portare simboli ebraici per strada. Nell’ultimo numero del settimanale Observer, il rabbino Shmuley Boteach ha raccontato invece come vivono oggi gli ebrei in Olanda. “Eravamo in piedi fuori, parlando innocentemente dopo i servizi rituali, quando la guardia di sicurezza si avvicinò per la seconda volta e ci disse di disperderci. ‘Non è sicuro riunirsi qui’. Benvenuti in Europa, dove anche soltanto stare in piedi fuori da una sinagoga può costarti la vita”.

Il famoso rabbino americano e la moglie si trovavano di fronte alla famosa sinagoga portoghese di Amsterdam, costruita nel 1675, un periodo in cui in Olanda affluivano ebrei da tutto il mondo, come Baruch Spinoza. Oggi nei Paesi Bassi molti templi ebraici hanno tolto i simboli ebraici all’esterno degli edifici, per renderli più anonimi. E la secolare sinagoga di Weesp è diventata la prima che in Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha cancellato i servizi di shabbath a causa delle minacce alla sicurezza dei fedeli. Dopo sono arrivate le sinagoghe di Parigi il giorno dopo la strage al supermercato kasher della capitale.

Anche l’Inghilterra, che finora spiccava in Europa come un paese con un grado di antisemitismo tutto sommato contenuto, in questi giorni è scossa da un rapporto del governo che parla di un boom di intolleranza antiebraica nella società britannica. Un ministro, Eric Pickles, ha detto che “la storia dell’antisemitismo mostra che le peggiori atrocità possono iniziare mentre si deriva pigramente verso un mainstream, anche alla moda, nell’accettazione dei pregiudizi”.

Il clima è quello caratterizzato dalla baronessa Jenny Tonge, che dalla Camera dei Comuni ha appena chiesto agli ebrei inglesi di prendere le distanze da Israele. Non si placano le polemiche contro l’emittente Sky News, che nei giorni scorsi ha diffuso un video sulla ricostruzione di Gaza dopo la guerra e in sottofondo la scritta “Auschwitz Remembered”, in occasione delle manifestazioni per la memoria della Shoah. In studio, il giornalista Adam Boulton ha domandato per tre volte al rabbino capo del Commonwealth, Ephraim Mirvis, se le azioni di Israele non siano una causa dell’esplosione di antisemitismo in Europa.

In questo clima, l’attrice inglese Maurice Lippman, protagonista fra gli altri del film “Il pianista” di Roman Polanski, ha annunciato che sta pensando di lasciare il Regno Unito a causa di questa rabbiosa giudeofobia. In una scuola ebraica a Londra, gli alunni si addestrano per un possibile attacco terroristico, una sinagoga ha annullato un viaggio per bambini a Disneyland in Francia, mentre la polizia e le comunità ebraiche hanno intensificato le ronde nelle zone ebraiche.

L’opinione pubblica europea rigonfia intanto di ostilità nei confronti degli ebrei e in particolare degli ebrei israeliani. In Austria, questa settimana un magistrato di Linz, Philip Christl, ha deciso che gridare “morte agli ebrei” in una manifestazione è una forma di “protesta contro Israele”. Si capisce perché sebbene in Austria ci siano circa 15 mila ebrei, nel censimento nazionale soltanto 8,140 si sono dichiarati tali, per “timore di ritorsioni”. Sono i nuovi ebrei invisibili.

E sempre in Inghilterra 700 artisti hanno appena rilanciato il boicottaggio culturale di Israele, dicendo che non ci metteranno piede. A firmare l’appello sono musicisti come Richard Ashcroft dei Verve, Brian Eno e Roger Waters, registi come Mike Leigh, letterati come John Berger e la drammaturga Caryl Churchill.

In Germania, un sondaggio della Fondazione Bertelsmann ha appena rivelato che il 35 per cento dei cittadini tedeschi considera Israele come un nuovo nazismo. A Berlino intanto è nata una commissione per la ricerca e la prevenzione dell’antisemitismo. Fin qui tutto bene, tranne il fatto che nel gruppo di otto esperti scelto dal Ministero dell’Interno non c’è un solo ebreo. La professoressa Monika Schwarz Friesel dell’Università Tecnica di Berlino ha analizzato dieci anni di lettere di odio inviate al Consiglio centrale degli ebrei in Germania e all’ambasciata israeliana a Berlino. Con sua sorpresa, solo il tre per cento proveniva da estremisti di destra, mentre oltre il sessanta per cento proveniva da membri istruiti del mainstream. E contenevano dichiarazioni antisemite classiche come “l’assassinio di bambini innocenti si adatta alla vostra tradizione” o “negli ultimi duemila anni rubate la terra e commettete un genocidio”.

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